schegge di viaggio
matteo testino - genova - 2009-11-03
ecco i racconti dei volontari di ritorno dai campi del sud del mondo per sapere come iscriversi o per piu info www.sci-italia.it se no mandatemi una mail a psiu1973@hotmail.com
saluto di pace e buona lettura matteo testino
NICARAGUA
sono nel salone dell'associazione, è giovedì, dia social, jamina, una delle responsabili, che si occupa sia di aspetti organizzativi che formativi con i ragazzi, organizza un attività. Disegna su un cartellone la sua vida linea, ossia riporta cose importanti della sua vita, dalla nascita, l'infanzia, l'adolescenza e la vita adulta. Parla della sua famiglia, della scuola, del lavoro che ha dovuto iniziare presto, di avvenimenti felici, ma anche molto tristi, morti, separazioni, malattie. E' una persona molto profonda, capace di arrivare direttamente al cuore delle persone. E' umile, maestra delle relazioni con i ragazzi, dolce, efficace. Mi commuovo ascoltando la sua vita. Incita i ragazzi e noi volontarie (che lavoriamo in gruppo con i ragazzi) a fare lo stesso con le nostre vite. Ognuno, col suo cartellone, si è messo in disparte e ha iniziato a disegnare. Poi chi se la sentiva poteva raccontare agli altri ciò che aveva disegnato. Alcuni hanno deciso di raccontarsi, nonostante l'estrema fatica. E' duro riportare alla memoria episodi traumatici, è veramente doloroso, ma è fondamentale. Tante persone vivono in condizioni disagiate, in famiglie numerose e non hanno la possibilità di trovare uno spazio e un tempo per loro, dove essere accolti e compresi, dove poter raccontarsi. E' fondamentale riuscire a tirare fuori i propri dolori, a parlare, è un modo per iniziare ad elaborare certe cose. Più ci rimangono dentro, più ci distruggono. E' stato un momento importante, profondo, di forte condivisione ed emozione. Ho riflettuto e rivisto la mia vita, ho sofferto e gioito. Ho conosciuto piccole parti delle vite degli altri. Mi sono avvicinata alle loro esperienze, ai loro modi di vivere... quante morti, separazioni, quanto dolore in questi ragazzi. Ma sono qui per cercare di trovare delle possibilità, per crescere, per riscattarsi...hanno uno spazio loro, a loro misura, dove sono accolti e dove possono sentirsi amati.
Simona diriamba Nicaragua (estate 2009)
TANZANIA
Sono qui seduta su una sedia di plastica rossa fuori dalla porta della nostra “casa”, sulla stradina che ormai è diventata il nostro cortile, la nostra “zona comune”. Mi piace stare qui fuori perché vedo la gente passare (e guardarmi con faccia stupita), vedo i bimbi giocare, vedo le macchine (poche) fare manovre stranissime per parcheggiare in spazi ampi e molto grandi.
Questo posto è ormai diventata casa nostra. Abbiamo ormai sostituito il corridoio con la strada e la strada è come se fosse nostra. Mi mancherà starmene qui seduta, con Sliym e Ali a chiacchierare, a farci i dispetti, a ridere, a giocare a “tomatito tomadito” con Laya, a ballare e cantare con Nuru e Ester, a prendere in giro il “poverino” Min, a giocare coi “nostri” bimbi che ci vengono a cercare ogni giorno, ad ascoltare la musica con le cuffie e il lettore mp3, un auricolare per uno con qualcuno dei miei nuovi amici.Mi mancherà tutto di qui...oltre alle persone che ho conosciuto anche tutti i volti della gente per strada, che al nostro passaggio ci gridavano sempre “musungu”... e gli odori forti e i profumi. Non dimenticherò mai l'odore di patatine fritte che si sentiva dappertutto, a tutte le ore del giorno e della notte. E i sapori...l'ugalii, che mi ha tanto stufato dopo 15 giorni ma che alla fine ogni giorno un pezzetto lo mangiavo. Il caffè, se così si può chiamare, senza un sapore così particolare e buono che la colazione era sempre un piacere. Le casudua chips, che buone.
E cosa dire poi dei bimbi della scuola?? Non scorderò mai i loro sorrisi, i loro gridi, i loro volti. Tutti molto simili tra loro ma ognuno con qualcosa di speciale.
La gioia che ci dimostravano è la cosa che mi ha più fatto felice alla fine di questi 15 giorni. Vedere la felicità sui loro volti appena arrivavano a scuola, i mille saluti e battiti di “5” a fine giochi, il loro dirci “thank you” e “see you tomorrow” ogni sera... ha fatto si che oggi l'ultimo giorno, il mio cuore è pieno, colmo... straripante di gioia ma anche di un po' di tristezza. Sono triste di salutarli e non poter promettere loro che prima o poi sarei tornata. Triste perché consapevole che da domani nessuno li farà più giocare, che nessuno occuperà i loro pomeriggi, che nessuno li coccolerà e regalerà loro sorrisi.
Ma è così che va... e io me ne torno in Italia con un pezzo di ciascuno di loro nel cuore. Ashante Tanzania
Alessandra Tanzania
PALESTINA
Ho deciso di buttarmi, di lasciarmi andare nel trovare un'idea per un murales. Dovrà rappresentare qualcosa per me, per tutti quei bambini che lo vedranno ogni giorno, anche quando io andrò via. Lì nel loro parco giochi (che anche se lo abbiamo ripulito da monnezza e rifiuti, so che già sarà nuovamente pieno di vetri e latta). Qualcosa di colorato ed energetico. Elaboro, propongo... si aggiungono idee, il pensiero prende forma, almeno nella mia mente. L'idea di libertà, per me che sono nata e cresciuta in un'isola, è il mare e il vento. Il mare rappresenta l'oltre, il vento e il sole l'energia. Una barca completerà il quadro, vele spiegate per una Palestina (nelle vele la bandiera) che naviga verso la sua libertà. I bimbi intorno vogliono aiutarmi, sono tanti e quei pochi che riescono ad impossessarsi di qualche pennello abbandonato... si lanciano sul muro, incuranti del fatto che una pennellata rossa a caso sul mare azzurro non sarebbe proprio l'ideale. Ma anche questo fa parte del murales... cercare alla fine di riarmonizzare le loro sfumature estrose ed imprecise nel disegno totale. Dopo due giorni il disegno prende forma e colore rendendo in qualche modo più vivo il grigio di un muro qualunque nel campo profughi. Soddisfazione... per il risultato ottenuto nonostante non fossimo artisti, per la sinergia creata con altri volontari, ma soprattutto perché almeno ora, che io non sono più là... quei colori rimangono, quel murales vede i bimbi del campo ogni giorno e i bimbi vedranno la loro bandiera che viaggia verso l'orizzonte sotto la luce del sole.
Quando adesso chiudo gli occhi mi vedo lì... e spero che un giorno possa esserci quel vento che inizi a spingere verso la libertà quel meraviglioso popolo e la sua terra... yalla!
Silvia Palestina (Nablus)
VIETNAM
Caldo umido che mi avvolge, mi stringe, mi soffoca con dolcezza, mi coccola. Ogni tanto lo tradiamo e andiamo nel gelo del supermarket, lo coloriamo giocando a palla o a nascondino. Sotto gli sguardi dei commessi che con mia sorpresa si ignorano... mi chiedo chissà che penseranno di questi stranieri... la coreana mi trova subito il gioco è finito.Ogni giorno camminando lungo la strada che non finisce mai, i vietnamiti ci fissano dritto negli occhi, a lungo con occhi smarriti, chissà cosa pensano, mi sento un po' marziano.Arriviamo sudati al centro, ci rifugiamo sotto l'albero... entriamo in classe, le alunne sono serie, timide, un po' ci ignorano, c'è un po' di disagio... scopriamo che hanno una buona conoscenza dell'inglese, la lezione preparata con fatica e incomprensioni più mentali che linguistiche tra i 5 insegnanti, inglesi, coreani, tedeschi, vietnamiti, italiani, salta, si incomincia a improvvisare, si canta, escono fuori i primi sorrisi, i primi maliziosi sguardi, i ragazzini in prima fila mi tirano i peli delle braccia, per loro sono una novità, incominciano a strami un po' sulle balle...li guardo male e inizio a ricambiare le molestie torturandoli dolcemente con risate beffarde.
La ragazza più spigliata mi invita nel pomeriggio a giocare a birmington, prima vado nell'altra classe, gli insegnanti russi, svedesi, tedeschi sono più organizzati di noi, io un po' invidioso comincio a fare casino... ci lanciamo bigliettini da una parte all'altra della classe, gli insegnanti organizzati non ci beccano nonostante i ripetuti lanci, fissiamo l'ora tra una classe e l'altra, a birmington sono una pippa...
Un alunna non può venire ci lascia un bigliettino lungo di tenere scuse... incominciano nei giorni seguenti le letterine di ringraziamenti, addobbate con cura, disegni, fiori veri, piccoli strumenti musical anche da parte degli studenti che mai hanno osato guardarti negli occhi... è stata la soddisfazione più grande e il ricordo più bello.
Alessandro Vietnam
PALESTINA
Il ricordo più intimo che ho del mio campo coincide con la prima immagine di Palestina che mi sono trovato davanti agli occhi quando, sceso da un pullman che ci portava dal campo al checkpoint di Orlando, mi sono guardato intorno cercando di capire dove mi trovassi. Voglioso finalmente di capire se tutto quello che mi ero precocemente immaginato corrispondesse alla realtà: palazzi scardinati, demoliti, trame di un atto precedente, una terra grigia e deserta, sullo sfondo nubi rosse faceva sembrare tutto un paesaggio postbellico o richiamava l'idea di un paese ancora sotto assedio.Quel paesaggio è stato in seguito il mio punto di riferimento per concentrarmi, la sera mentre tornavo “a casa”, su ciò che aveva significato vivere quelle giornata in Palestina. La cosa che sulle anche più mi manca è stare sulla strada dissestata che segnava il confine di quel chilometro quadrato chiamato campo di Askaar, guardando le macerie, i cumuli di rifiuti, le baracche e in fondo quelle tre colline. Guardare lontano, guardare l'orizzonte non è mai stato per me più piacevole ed intenso... forse per me mi rendevo conto che guardare lontano era come pensare lontano, lontano dal muro, lontano dalle macerie, dai checkpoint, dalle fotografie dei martiri.
La prima volta che mi sono reso conto di chi fossero i martiri palestinesi è stato quando, guardando il manifesto di uno di loro, ho cercato di immedesimarmi in lui: quel ragazzo avrà avuto più o meno 18 anni quando ha deciso di imbarcarsi in una missione suicida. Scegliendo prima la foto che sarebbe stata affissa nei campi di rifugiati, dopo la sua morte. In un film che guardammo presso un associazione di Jenin, mi ricordo che il regista intervistò la madre di uno di quei martiri: disse che il figlio non le aveva detto niente circa le sua intenzioni, ma che col senno di poi si ricordava di alcuni particolari della mattina, le chiese di rimanere nella stanza da letto con lui a fare collazione, le chiese due baci piuttosto che uno...Dopo aver visto quel film non sono più rimasto a guardare un manifesto di un martire senza realizzare come quella foto corrispondesse a una persona vera, con una famiglia, dei legami, delle emozioni... non sono mai più rimasto a chiedermi cosa potesse spingere quei ragazzi a rinunciare a ciò che di più cara si ha all'età di 18 anni: la vita.
Ma forse la vita in Palestina ha un prezzo diverso, visto che alcuni sembrano giocare con le vite dei palestinesi, arrestandoli per mesi senza apparente motiva ad esempio. Questo è un altro punto del campo che mi ha lasciato il segno. Molte famiglie del campo potevano contare qualche membro arrestato o tutt'ora in prigione, spesso senza alcun motivo apparente. Qualche volta quei membri della famiglia che venivano arrestati non riuscivano a tornare mai più, qualche volta non gli israeliani neanche gli permettevano che ricevessero visite dai parenti.
Federico campo di askaar nuovo, nablus (Palestina)
GHANA
Sono nella stanza dove si tenevano le lezioni, col suo pavimento liscio e le finestre che guardano la foresta. C'è la lavagna con le scritte lasciate dai nostri insegnanti, i ritmi che abbiamo impartao nel linguaggio djembè, le parole delle canzoni in ga, i gessi avanzati sul tavolo.
In questa stanza si entra scalzi, si balla scalzi e si suona scalzi. In questa stanza il mio corpo ha ripreso a danzare, in questa stanza sono passate le energia di tutti noi, quella nera che donava, insegnava, trasmetteva e quella bianca che si è posta come un contenitore vuoto, come una forma d'argilla disponibile a farsi plasmare.
Qui c'era il corpo innanzitutto, e il respiro. Tutto l'essenziale. E il gioco e infine l'armonia possibile.
Differenti strada per arrivare infine allo stesso linguaggio, che non ha più bisogno di spiegazioni.
Raramente sono stata così bene. Raramente mi sono sentita cosi piena di energie. Non so se ero io, se era il suolo d'Africa (l'ho pensato tante volte), se erano i tempi a cui mi ero abituata. So bene che si tratta di un passaggio, ma sarà difficile lasciare veramente questo posto. Avere le foto, le immagini è quasi irreale. E' difficile avere le immagini concrete di un sogno, o di quanto è stato percepito come tale.
Nora kardiabe GHANA
PALESTINA
_ARRIVO ALLA FATTORIA: CHE PARUA! TUTTI INTENTI A MANGIARE, NESSUNO CI HA SALUTATO, LA MIA COMPAGNA ITALIANA IN SILENZIO, TUTTI PARLAVANO INGLESE E IO NON CAPIVO NIENTE. MI SENTIVO FUORI POSTO. IO ABITUATA AD ESSERE UNA CHIACCHERONA ROMPISCATOLE NON RIUSCIVO A PARLARE CON NESSUNO.
_IL 2° GIORNO: GITA A BETLEMME. GIA' SULLA STRADA DEL RITORNO SEMBRAVA DI STARE IN FAMIGLIA. QUELLA SERA ALLA FATTORIA MI SON SENTITA A CASA, COME SE FOSSE IL LUOGO DOVE TORNAVO DOPO UNA VACANZA
_LAVORARE INSIEME SOTTO IL SOLE, PARLARE TUTTI UN'UNICA LINGUA CI HA UNITO MOLTO. VIVERE CON UNA FAMIGLIA PALESTINESE, NELLA LORO CASA, MANGIANDO INSIEME ALLA LORO TAVOLA CI HA FATTO SENTIRE PARTE DELLA FAMIGLIA, NON OSPITI. ANCHE IL MIO INGLESE E' MIGLIORATO!
_SENTIRSI LIBERA COME MAI NELLA MIA VITA MENTRE DONDOLAVO SU UN'ALTALENA DAVANTI ALLE COLLINE, CIRCONDATA DAGLI INSEDIAMENTI
_AEREI, ELICOTTERI, RAZZI LUMINOSI DI NOTTE, CAMIONETTE DI SOLDATI: ERAVAMO PROBABILMENTE CONTROLLATI EPPURE NON HO MAI AVUTO PAURA
_ARRIVARE ALLA SERA, STANCA MORTA, BRUCIACCHIATA DAL SOLE E PIENA DI TERRA E RIDERE A SQUARCIAGOLA, CANTARE CON “I MIEI” AMICI NELLA TENDA VERDE PERCHE' TANTO NON C'ERA L'ACQUA E POTEVAMO COSI' RIEMPIRE IL TEMPO
_SEDERCI INTORNO AL TAVOLONE A RACCONTARE LE NOSTRE STORIE, A PARLARE “ITALIANENGLISH”
_ACCENDERE IL FUOCO E SEDERCI SUL MURETTO TUTTO ATTORNO E SCOPRIRE CHE ANCHE IN SVIZZERA GIOCANO A “MAFIA” IN INGLESE! (HO FATTO PURE LA FUOCHISTA)
_SERENITA' E AFFETTO
_UN SACCO DI RISATE
_AMICIZIE VERE ANCHE SE SAPEVAMO CHE SAREBBERO FINITE ALLA FINE DEL CAMPO
_RACCONTI DI VITA, LACRIME E RABBIA
_ACCORGERSI DAI PICCOLI GESTI QUANTO DAVVERO LE PERSONE TI APPREZZINO E RICAMBIARE
_PIANGERE E VEDERE GLI ALTRI PIANGERE QUANDO QUALCUNO PARTIVA (ANCHE QUANDO SONO PARTITA IO)
Deborah PALESTINA
BRASILE
Guilherme ha 9 anni, ma sembra più piccolo, mi corre incontro e mi porge un foglio, piegato in quattro con dentro altri fogli più piccoli.Apro il foglio, il suo viso si illumina io mi sento emozionata, so che è un disegno per me, più d’uno: non è il primo. Il primo me lo aveva mandato tramite irma Rita (la suora della pastorale), in quello aveva disegnato una casa con un prato e me e un grande 'Maya te amo'.
Ora vedo che siamo in due nel disegno, c’è anche Diego: ci ha disegnato entrambi, con vestiti eleganti. Un secondo disegno più piccolo, è una vettura molto costosa, simile ad una limousine con al centro un grande pacchetto regalo, disegnato sul sedile. Il terzo disegno, più piccolo e toccante è ritagliato seguendo accuratamente i contorni della piccola mano, di cui ha disegnato le dita e le minuscole unghie tonde con delle stelle a decorare ognuna di esse. Mi spiega che i disegni sono anche per Diego, il suo sorriso è raggiante, i denti piccoli e lontani tra loro accentuano l’espressione sorridente, gli occhi brillano e il mio cuore si riempie di gioia per quei piccoli doni e per quei dolcissimi occhi.
“Cia! Cio!” I bambini ci vengono incontro, sorriso da un orecchio all’altro, braccia spalancate, dall’altra parte della strada. Le famiglie e gli adulti inizialmente sembrano titubanti, non sanno bene come fronteggiarci. Poi vedono le nostre braccia che si aprono, i sorrisi che si contagiano e le gioia reciproca, e il loro cuore si scioglie lasciando un sorriso e un saluto. BOM DIA!!
Pomeriggio, momento di riposo.. stravolti siamo ammassati sui divani della pastorale, aspettiamo un po’ con timore l’arrivo dell’orda di bimbi che ci reclamerà per “brincare” (scherzare/giocare) con loro. Il vociare nasce piano piano, un paio di minuti e qualcuno di noi è chiamato a rapporto: Magno ti cerca, Massimo e ...Maya, Deborah chiede di te… è ora di riprendere.. E la giornata continua, e la dolcezza si rinnova.
Maya BRASILE
MESSICO
La cosa che mi ha colpito di più è probabilmente il modo di accogliere che hanno i messicani. Detto così può sembrare un po’ banale. In realtà quello che ho notato è che il loro modo di dimostrare apertura è graduale, passa dalla diffidenza, alla curiosità, alla fiducia, al darsi a te con tutto loro stessi. Mi viene in mente un momento, un tardo pomeriggio, ho deciso di andare a trovare il “nonno” della mia famiglia che abitava nella casa accanto. Era uno degli ultimi giorni di campo, fuori pioveva forte, come di norma nei pomeriggi estivi messicani. Il nonno Rosalìo, aveva preparato qualcosa per me, da regalarmi. Essendo un pittore mi aveva disegnato una riproduzione del volto di Zapata, eroe suo, di suo figlio, ma prima ancora di suo padre, che combatté nella rivoluzione.Ci siamo messi a discorrere, della politica, dell’Italia, del Messico. Ma poco a poco siamo passati a parlare del mondo, della vita in senso più profondo, delle mie prospettive future e dei miei desideri di un mondo migliore e più giusto, del mio impegno sociale a fianco dei più poveri. E lui ascoltava, commentava condivideva. Forse è stato più importante ciò che non ci siamo detti. Sta di fatto che la nostra conversazione finì con occhi lucidi da entrambe le parti e da parte sua una frase che suonava come, avrei voluto conoscerti prima, sei una bella persona, credo che ci mancherai…
E’ stato bello e strano nel contempo. Strano perché le nostre abitudini occidentali ci dicono che i “vecchi”, individui non più produttivi, possono essere lasciati da parte, non servono più a niente nella società.
Non so se qui in Italia avrei avuto questa occasione, so solo che lì mi è sembrato normale, logico, piacevole, giusto.
BIANCA - MESSICO
TOGO
E’ ora di tornare a casa, dalla mia famiglia e alla vita di tutti i giorni. non ne ho voglia non me la sento più come la mia vita, anche sé è solo un mese che sono qui, mi sento come se ci stessi da sempre, tutti i bimbi, i miei bimbi sono diventati la mia casa la mia famiglia e la vita di tutti i giorni. Ogni giornata qui è iniziata con il sorriso, e quando non mi sono sentito bene era un sorriso a guarirmi. Kofi oggi non è venuto alla scuola, non posso non salutarlo non posso non guardare quegli occhi per un ultima volta prima di andare via. Mi sento strano, come il giorno che sono partito dall’Italia per venire qui, ho paura per quello che mi aspetta, ho paura perché mi sembra di non conoscere più nulla… sto partendo per un posto che non conosco…
Dopo due settimane che ero qui ho avuto un momento di crisi, mi sono allontanato per pensare un po’ non mi sentivo bene mentalmente e fisicamente… avevo un infezione al piede e la febbre, tante cose che avevo visto mi stavano facendo riflettere su di me sulla mia vita e sul perché ero lì.
Immerso in mille pensieri, con anche qualche lacrima, mi è venuta nostalgia di casa, ed in quel preciso momento da dietro una fogna sbuca uno dei miei bambini che con due occhi enormi piano piano si avvicina e mi prende per mano, e mi chiama “agbozò”.Lì mi è passato tutto mi è tornato il sorriso che ho avuto dal primo giorno e che ho mantenuto fino alla fine…
Lorenzo Togo
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